CHARLIE YELVERTON IL MUSICISTA

11 Giugno 2020 0 di Castorina Sandro

Charlie Yelverton ai tempi di Varese

IL TALENTO 

Guardia/ala dal talento sopraffino, Charlie Yelverton è sicuramente nel suo ruolo  il giocatore più forte apparso in Italia negli anni ’70. Capace di realizzare con continuità da otto metri e di essere in egual misura efficace anche vicino a canestro, ti colpiva immediatamente per il suo estro e per il grande atletismo. Immarcabile  per la sua grande abilità di tirare all’apice del salto, fu in grado in una sola partita di realizzare 46 punti nonostante ai suoi tempi non ci fosse ancora la linea da tre.   

GLI INIZI

Nato a New York nel 1948, Charlie si è fortificato vivendo la povertà e le difficoltà quotidiane del  ghetto di Harlem.  Si avvicinò al basket per caso grazie alla spinta di un frate Irlandese che lo coinvolse nel playground dell’oratorio della scuola. Il suo talento non passò inosservato tanto che venne chiamato dalla prestigiosa Università Foardham Rams dove agli studi in sociologia riuscì ad abbinare una florida carriera da giocatore Ncaa. Un segnale che sembrava ben augurante in prospettiva NBA

IL DIFFICILE RAPPORTO CON L’NBA 

L’approdo al massimo torneo professionistico non tardò ad arrivare. Nel 1971 i Portland Trail Blazers lo scelsero come 8° al secondo giro del draft e Yelverton seppe subito imporsi nonostante la squadra non ottenne grandissimi risultati. La sua esperienza però fu molto breve. Prima del match Portland-Phoenix rimase seduto durante l’inno americano in segno di protesta contro l’allora Presidente Nixon reo di non aver preso la decisione di ritirare le truppe americane dalla guerra del Vietnam. Una guerra devastante dove tra gli altri persero la vita anche alcuni giocatori amici di Charlie. La protesta non fu ben vista all’interno del bigotto mondo NBA e non solo Yelverton fu tagliato a fine stagione ma nessun altra franchigia pensò bene di offrirgli un contratto.

LA VITA IN STRADA E LA PASSIONE PER IL SAX

Fu l’inizio di un periodo difficile che però Yelverton ricorda ancora oggi come uno dei più belli della sua vita. Senza contratto ed impossibilitato a trovare un nuovo ingaggio, il talento newyorkese seppe adattarsi a lavorare come taxi driver con turni massacranti che andavano dalle 6 del pomeriggio alle 6 della mattina ma soprattutto riprese a suonare il sax, una grande passione che gli aveva trasferito sin da bambino suo padre. Appena gli era economicamente possibile infatti, sospendeva l’attività di trasportatore e si inoltrava nei locali notturni con la gioia di suonare. 

L’TALIA ED I SUCCESSI A VARESE

Dopo una breve esperienza in Grecia che comunque gli permise di riaffacciarsi nel mondo del basket, Yelverton venne chiamato per partecipare con una selezione di giocatori americani ad una tournéè estiva in italia. Notato nell’occasione da l’allora allenatore di Varese, Sandro Gamba, gli fu proposto un contratto con la società lombarda per giocare solamente le partite di Coppa dei Campioni.  Era la stagione 1974/75 e Varese, con Yelverton protagonista, riuscì ad aggiudicarsi la competizione con un record, ancora oggi imbattuto in Europa, di sole vittorie. Dopo una breve parentesi a Brescia, nel 1976/77 fece ritorno a Varese dove da idolo assoluto guidò la formazione lombarda allo scudetto. Eravamo già nel periodo d’oro di quella squadra che dal 1975 in poi fu in grado di dominare in italia e soprattutto in Europa con 10 finali di Coppa dei Campioni (attuale Eurolega) consecutive. Ma Yelverton, da vero spirito libero, decise di cambiare ancora, e nel 1979/80 si ritrovò al Viganello, nel campionato svizzero, per una esperienza che comunque segnò la parabola discendente della sua carriera di giocatore. Seguirono alcuni anni nei dilettanti di Saronno per poi affrontare l’esperienza di allenatore.    

YELVERTON OGGI

La sua carriera di allenatore non ha mai vissuto momenti esaltanti dal punto di vista dei risultati, ma ovunque sia stato ha sempre saputo farsi apprezzare umanamente e per la grande capacità di insegnare la pallacanestro. Un aneddoto racconta che lo stesso Kobe Bryant, che Yelverton ebbe la possibilità di allenare nei primi anni ’90 ad un camp vicino Pistoia, lo ricordava spesso nelle sue interviste per l’abilità che aveva avuto nell’insegnargli i fondamentali. Proprio per questo, a parte una breve esperienza da capo allenatore in C1 a Saronno, Yelverton si è sempre dedicato all’attività di istruttore giovanile e minibasket. Oggi risiede stabilmente in italia dove vivono anche i suoi due figli e sbanca il lunario suonando il sax per diversi gruppi Jazz, ma se c’è una cosa che ancora lo contraddistingue è sicuramente il suo spirito da uomo libero, fiero dei propri principi e delle proprie scelte. Scelte che magari gli hanno condizionato il percorso della vita, ma che ha sempre portato avanti a testa alta incapace com’é  di scendere a patti con chiunque non fosse in linea con le sue idee.  

IL MIO INCONTRO CON YELVERTON

Nel primo anno (1974/75) di approdo di Yelverton in italia io avevo 9 anni e mi ero da poco avvicinato alla pallacanestro. Un sport che mi divertiva ma che sino a quel momento, come normale che fosse,  non consideravo così importante. Solo qualche tempo dopo mi resi conto che vedere in televisione le gesta di Yelverton fu lo spartiacque per vivere con maggiore considerazione lo sport che praticavo. Una vera folgorazione che accese in me quella idea impossibile di poter emulare i volteggi e l’estro del campione americano e che mi spinse anche a diventare tifoso varesino. Addirittura circa 25 anni più tardi ebbi anche l’opportunità di incontrarlo e di parlarci in occasione del Corso per allenatori a Bormio. Non ricordo se Yelverton fosse presente come ospite o come corsista, ma con emozione gli spiegai quello che avesse rappresentato per me e della gioia che provavo nel potergli parlare. Fu molto gentile ma inevitabilmente rimase perplesso nel vedere con quanto entusiasmo gli raccontassi le mie emozioni. A parte quella breve parentesi non ho più avuto la possibilità di incontrarlo e di approfondire la conoscenza ma mi fa piacere ricordarlo come colui che involontariamente mi ha appassionato alla pallacanestro grazie alla sua capacità di meravigliare un bambino come me alle prime armi. E siccome dopo tanti anni faccio ancora parte di questo ambiente, non posso che ringraziarlo ed essergli grato. 

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